Ne “La stanza del figlio” adesso brilla una nuova luce, una Palma d’Oro che Nanni Moretti ha vinto per il miglior film. Premio giustamente assegnato, premio meritato per un film tra i più belli visti in Italia in questi ultimi anni: una sceneggiatura esemplare, una messa in scena del dolore senza cadute di gusto, con molta sobrietà, senza la melassa che ci propina il cinema americano. E dopo 23 anni, al Festival di Cannes ritorna a trionfare un film italiano: era il 1978 e ad essere premiato fu Ermanno Olmi con “L’albero degli zoccoli”.
La presidentessa era la stessa di quest’anno, Liv Ullmann, ed Olmi è tornato con un nuovo bellissimo film, “Il mestiere delle armi”, che purtroppo non ha ricevuto nessun premio. Da un lato, la soddisfazione della vittoria di Moretti e dall’altro il rimpianto per il film di Olmi, che racconta gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande Nere. Un film che tocca, come in Moretti, il tema del dolore e della morte, ma in un contesto storico completamente diverso. Tre premi sono andati al film “La pianiste”: il Gran Premio della giuria al regista austriaco Michael Haneke (in questi giorni nelle sale è in programmazione il film presentato a Cannes lo scorso anno, “Storie”, con Juliette Binoche) e ai due attori principali, il giovane Bénoît Magimel e la veterana Isabelle Huppert, che nel corso di questa stagione abbiamo applaudito in “Grazie per la cioccolata” di Chabrol. “La pianiste” è tratto da un racconto di Elfriede Jelinek e racconta la doppia vita di Erika Kohut (la Huppert), insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna. Erika ha un rapporto di amore e odio con la madre, di giorno pratica la sua professione e di notte frequenta squallidi locali. Un film dalle emozioni forti, come ci ha abituato Haneke sin dai tempi di “Funny Games”, e che ha convinto in pieno la Ullmann. Per il premio per la miglior regia c’è stato un ex-æquo di tutto rispetto, Joel Coen per “The Man Who Wasn’t There” e David Lynch per “Mulholland Drive”. I fratelli Coen (Joel regista e insieme ad Ethan sceneggiatore), hanno girato un noir in bianco e nero ambientato a Los Angeles, ricco di citazioni cinefile e con il loro tipico humour. Billy Bob Thornton nel ruolo di un barbiere, sposato con Doris (Frances McDormand): una vita apparentemente tranquilla, fino a quando l’amante della moglie non viene trovato morto e la vicenda assume un intreccio abbastanza complicato. Del cast fa parte anche James Gandolfini, che abbiamo appena visto nel pessimo “The Mexican”. Il geniale Lynch, invece, dopo lo struggente “Una storia vera”, torna al genere thriller, imbocca la Mulholland Drive del titolo, dove la protagonista Rita (Laura Herring) rimane vittima di un incidente automobilistico, perde la memoria e incontra in seguito una aspirante attrice di nome Gina, che l’aiuta a ricostruire il suo passato. Le strade perdute sono perciò quelle delle memoria. Una serie di personaggi si intersecano nella vicenda: un cowboy santone, un produttore deforme, un giovane regista di nome Adam che quando scopre il tradimento di sua moglie le dipinge i gioielli di vernice rosa. Le strade si intrecciano, trovare una via d’uscita è difficile, se non impossibile. La “Camera d’Or” è andata al film di Zacharias Kunuk, “Atanarjuat the Fast Runner”. La migliore sceneggiatura è stata vinta dal film bosniaco “No Man’s Land”, scritto e diretto da Danis Tanovic: un’amara e lucida riflessione sulla guerra di Sarajevo, senza ombra di dubbio una delle sorprese di questo festival. Altri film di autori importanti hanno dato il loro contributo artistico, arricchendo Cannes. Stiamo parlando di “Taurus” di Aleksandr Sokurov, che mette in scena gli ultimi giorni di Lenin, “Millennium mambo” di Hou Hsiao-hsien, “Qi dao si bai ji” di Tsai Ming-liang (con la partecipazione straordinaria di Jean-Pierre Léaud) e l’iraniano Mohsen Makhmalbaf, che con “Kandahar” affronta il dramma di una donna afgana. Il novantaduenne Manoel De Oliveira continua a stupire con “Je rentre à la maison”, che vede fra i protagonisti Michel Piccoli e John Malkovich, quindi, il ritorno di Shoei Imamura con “Acqua tiepida sotto un ponte rosso”, una lezione di grande cinema da uno dei più importanti registi giapponesi, purtroppo ancora poco conosciuto da noi. Una sorpresa è stata anche il film di Raoul Ruiz “Les âmes fortes”, tratto dal romanzo di Jean Giono, con la modella Lætitia Casta abilmente truccata come una vecchia novantenne. L’ex presentatrice del Festival di Sanremo ha dimostrato che il cinema è il suo unico e vero obiettivo; non le resta, quindi, che cercare di diventare un’attrice completa a tutti gli effetti. La serata delle premiazioni è trascorsa piacevolmente con una elegante Charlotte Rampling, che ha fatto da madrina, una Liv Ullmann sorridente e Nanni Moretti che si asciugava il sudore prima di salire sul palco emozionato e contento. L’Italia ha vinto, ma noi speriamo che i film di cui abbiamo parlato possano avere un’ottima distribuzione nel nostro Paese. Un motivo, questo, per apprezzare quel cinema d’autore che alcune volte non viene ben reclamizzato. La speranza è che per questo Terzo Millennio la porta del cinema non rimanga solamente aperta alla traboccante retorica americana. (Il Puma)
Il Puma