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A scrivere è ancora un sostituto del Puma. La morte di Ferruccio Amendola, il più famoso doppiatore in Italia, avvenuta lo scorso 3 settembre, offre lo spunto per ritornare sull’annosa e per molti versi appassionante questione del doppiaggio (che, com’è ovvio, meriterebbe ben altri spazi). Nonostante qui ci siano, notoriamente, i migliori professionisti in questo campo, molti puristi (fra i quali, recentemente, la regista Clare Peploe) continuano a sostenere che la sovrapposizione di voci faccia perdere i giochi di parole intraducibili, |
| snaturi diverse sfumature della recitazione originale e, di conseguenza, cambi il senso di un film. Ribattono i sostenitori della parte avversa che la stragrande maggioranza degli spettatori non conosce le lingue straniere ad un livello tale da seguire i dialoghi, e che d’altro canto leggere i sottotitoli distrae dalla visione in sé e per sé. Insomma, rinunciare all’adattamento via microfono si rivelerebbe un suicidio economico.
In realtà, si tratta semplicemente di abitudine. Se il pubblico fosse avvezzo a fruire più spesso di lungometraggi sottotitolati (che, è innegabile, hanno la loro buona dose di inconvenienti, fra cui l’impossibilità di contenere le battute per intero), si accorgerebbe che nel tempo diventa difficile persino ricordare se una data pellicola “aveva le scritte” o meno. Oggi accade più facilmente con i prodotti orientali o africani, che presentano una maggiore difficoltà di sincronizzazione. Domani (non è che una proposta), si potrebbe contemplare l’idea, già in auge in varie nazioni cugine, di distribuire qualche copia dei titoli più importanti nelle due opzioni, doppiata e sottotitolata. Con questo metodo (già adottato, in giorni stabiliti, in alcune grandi città; si tratterebbe soltanto di estenderlo un pochino) potrebbero essere accontentati tutti, con tanto di approfondimento di idiomi (s)conosciuti per chi lo desiderasse.
Tornando ad Amendola (anche caratterista e attore, non solo televisivo), i nomi ai quali rimarrà associato sono sostanzialmente quattro: Robert De Niro (al quale ha prestato il suo timbro per l’ultima volta in Men of Honor), Sylvester Stallone (La vendetta di Carter è presumibilmente la sua ultima “interpretazione”), Dustin Hoffman (occasione più recente: Sfera) e Al Pacino (abbandonato dai tempi di Paura d’amare e ri-scippato a Giannini solo per Un giorno da ricordare). Ma è stato pure Tomas Milian per tutto il ciclo del commissario Giraldi, Bill Cosby nel telefilm “I Robinson” e, anche solo per una volta, James Woods, Walter Matthau, Gérard Depardieu, Harvey Keitel, George Dzundza, Peter Falk e persino Ben Gazzara. (m.a.) |
| Il Puma |
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