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Puma ancora assente. Nonostante i molti problemi e timori legati alla guerra, il 23 marzo scorso sono stati assegnati gli Academy Awards. Chicago ne ha ottenuti sei (film, attrice non protagonista Catherine Zeta-Jones, vicina al parto, montaggio, scenografia, costumi e sonoro), Il pianista, un po’ a sorpresa, tre, ma straguadagnati (regia Roman Polanski, che negli USA non può più recarsi per le note vicende giudiziarie e perciò era impossibilitato a ritirare personalmente il “bottino”, attore Adrien Brody, sceneggiatura non originale |
| Ronald Harwood); Il signore degli anelli - Le due torri e il poco quotato Frida due, effetti sonori e visivi il primo, trucco e colonna sonora il secondo. Nicole Kidman è risultata l’attrice più brava per la sua impressionante performance in The Hours, battendo un bel quartetto capeggiato da Julianne Moore, mentre il ruolo secondario maschile più convincente è di Chris Cooper (Il ladro di orchidee). Fa parecchio piacere la statuetta per la sceneggiatura andata a Pedro Almódovar per il suo formidabile Parla con lei, invece a Era mio padre è andato il premio, purtroppo postumo, per la miglior fotografia, opera dell’abilissimo Conrad L. Hall (benché le fantasie cromatiche firmate da Ed Lachman per Lontano dal paradiso l’avrebbero meritato di più). Eminem, che non c’era, ha vinto in quanto co-autore (con Luis Resto e Jeff Bass) della canzone “Lose Yourself”, presente nel suo esordio come interprete, 8 Mile. Spirited Away, del maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki ha sbaragliato quattro temibili concorrenti a stelle e strisce e si è aggiudicato l’Oscar per il lungometraggio a cartoni animati. Anche Kaurismaki, assente alla cerimonia e contestato per alcune sue dichiarazioni anti-statunitensi ad essa precedente, e Zhang hanno dovuto cedere il passo al tedesco Nirgendwo in Afrika, di Caroline Link, per quel che riguarda la pellicola straniera più bella. Il palmarès è completato dal coraggioso e diretto Michael Moore per il suo documentario Bowling a Columbine, e da Twin Towers, This Charming Man e il simpatico The ChubbChubbs (visto pure in Italia, abbinato a Stuart Little 2), che l’hanno spuntata rispettivamente nelle categorie cortometraggio documentario, cortometraggio e cortometraggio animato. Per la carriera è stato incensato Peter O’Toole.
La serata, condotta con verve da Steve Martin al Kodak Theatre, è stata ripulita da ninnoli e paillettes, privata dei balletti eppure non delle canzoni, dei classici spezzoni di film che precedono l’apertura delle buste (non era certo là che si doveva intervenire) e tuttavia non di sfarzi (abiti, gioielli, ecc.). Presentatori quali Dustin Hoffman, il giovane messicano Gael García Bernal e Susan Sarandon e vincitori tipo Cooper, Brody, Almódovar e principalmente Moore (che si è scagliato adirato contro la politica del presidente Bush raffreddando l’approvazione della platea e attirandosi qualche “boo” fuori luogo) hanno argomentato, ognuno a modo suo, a favore della pace. Ed effettivamente era giusto stemperare l’abituale clima festoso (reso più serio persino l’anno scorso dalla ferita dell’11 settembre) e ricordare che altrove degli innocenti stavano morendo per colpa del potere mal riposto di pochi. Dato il loro ascendente sul pubblico, i divi dovrebbero moltiplicare le loro manifestazioni di indignazione: altrimenti l’America che Paese libero è? |
| Il Puma |
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