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In un film che Mitchell Leisen girò nel 1941, “La porta d’oro”, Charles Boyer interpreta il ruolo di un avventuriero fuggito dall’Europa straziata dalla Guerra Fredda e sposatosi con una maestrina in vacanza in Messico al fine di ottenere la cittadinanza americana. Quest’opera, sceneggiata da Charles Brackett e Billy Wilder, contiene diversi temi autobiografici riguardanti soprattutto il grande regista di origine austriaca, recentemente scomparso.
Wilder nacque nel 1906, a Sucha, da una famiglia ebrea benestante. Completò gli studi a |
| Vienna e intraprese la carriera giornalistica che lo portò a Berlino nel 1926, dove cominciò a sceneggiare le commedie prodotte negli studi dell’UFA, iniziando a tracciare quegli elementi, come il gioco degli equivoci, che poi armonizzò nei capolavori che lo hanno distinto da altri registi europei trapiantati ad Hollywood.
Dopo l’incendio del Reichstag, nel febbraio del 1933, Wilder approdò a Parigi dove, tra mille difficoltà, girò il suo primo film, “Amore che redime” (1933).
In coppia con Brackett, Billy Wilder scrisse alcuni grandi successi come, “L’ottava moglie di Barbablù” (1938), “La signora di mezzanotte” (1939) e, nello stesso anno, il capolavoro “Ninotchka”, lanciato col celebre slogan “La Garbo ride”. Wilder è indubbiamente l’erede di Lubitsch, anche se le sue commedie hanno un surplus di cinismo e di cattiveria. Basta ricordare in tal senso "L’appartamento", che si aggiudicò tre premi
Oscar, o "Scandalo internazionale", con una straordinaria Marlene Dietrich che
sciorina un’indimenticabile raffica di battute per mettere alla berlina il
puritanesimo americano a confronto con una Germania sconfitta. In “Uno, due, tre!” (1961), con un James Cagney da antologia, le vittime di Wilder sono il capitalismo e il comunismo, ideologie irrise impietosamente.
Il sodalizio con Brackett terminò nel 1950, e dal 1957 il suo sceneggiatore di fiducia diventò I.A.L. Diamond, con cui Wilder collaborò fino al suo ultimo film, “Buddy Buddy”, diretto nel 1981.
Tornando agli esordi del grande maestro della commedia, ricordiamo che il suo primo film americano, “Frutto proibito” (1942), interpretato da Ginger Rogers, contiene già tutti i temi tipici del cinema wilderiano, tra cui lo scontro generazionale e il gioco del travestimento sessuale. Per quest’ultimo elemento, il film culto è senza dubbio “A qualcuno piace caldo” (1959) con Jack Lemmon, Tony Curtis e una spumeggiante Marilyn Monroe. “I cinque segreti del deserto” (1943), “La fiamma del peccato” (1944) e “Giorni perduti” (1945) sono poi la dimostrazione di come Wilder ha saputo rileggere criticamente gli svariati generi hollywoodiani. “Viale del tramonto” (1950) è un irripetibile omaggio al cinema con una indimenticabile Gloria Swanson, come lo è “Fedora” (1978), dove uno sceneggiatore disoccupato cerca di convincere una star al tramonto a tornare sul set. Ma il modello resta sempre “Sunset Boulevard” dove la Swanson/Desmond, parlando del cinema muto, dice: “Ancora magnifico, no?”, frase diventata celebre in quell’intenso apologo, sospeso tra realtà e illusione, sulle grandezze e le miserie del divismo.
Non possiamo dimenticare poi “L’asso nella manica” (1951), altra perfetta macchina cinematografica nonché atto d’accusa contro il giornalismo scandalistico, servito da un immenso Kirk Douglas. Ripercorrendo tutta la carriera di Wilder ci accorgiamo che è costellata di tanti film straordinari che hanno creato icone come la Audrey Hepburn di “Sabrina” (1964) e “Arianna” (1957), come la Shirley MacLaine prostituta di “Irma la dolce” (in duetto con Jack Lemmon nei fittizi panni di un Lord inglese) e l’impagabile coppia Lemmon-Matthau di “Non per soldi…ma per denaro” (1966) e “Prima pagina” (1974). Non dimenticheremo mai le geniali battute a doppio senso di “Quando la moglie è in vacanza” (1955), con la celebre scena in cui Marilyn Monroe si piazza sopra il condotto d’areazione della metropolitana, e il sottovalutato, ma geniale, “La vita privata di Sherlock Holmes (1970). Adesso Billy Wilder ci ha lasciato, all’età di 96 anni, consegnandoci il suo patrimonio cinematografico che rimane nella memoria di tutti gli appassionati.
Ricordarlo con una battuta è possibile, magari usando quella della Swanson adatta ad invogliare le giovani generazioni a riscoprire il suo cinema: “Ancora magnifico, no?”. |
| Il Puma |
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