Anche quest’anno gli Oscar sono stati consegnati, senza troppe sorprese, tranne qualche piccola eccezione, e alcuni film finiranno presto nel dimenticatoio. Ogni anno i blockbuster che vengono iper-pubblicizzati si rivelano dei film inferiori alle aspettative, contro quei pochi titoli d’interesse che vengono messi di lato: è il caso quest’anno, tanto per citarne qualcuno, del bel film di Robert Redford “La leggenda di Bagger Vance”, dell’ultima regia di Gus Van Sant “Scoprendo Forrester” con un ottimo Sean Connery e del capolavoro “Dan-
cer in the Dark” di Lars von Trier con Björk, che si è dovuta accontentare di una nomination per la canzone. “Il gladiatore” di Ridley Scott (che ha poi diretto il pessimo “Hannibal”) ha vinto cinque premi su dodici candidature. Una autentica truffa per chi ama veramente la settima arte, uno dei film più brutti degli ultimi anni: dialoghi ridicoli, scene di battaglia mal girate e una regia effettistica priva di spessore cinematografico. Neanche Russell Crowe meritava l’Oscar per l’interpretazione (dopo la bella prova che ci ha offerto la scorsa stagione accanto ad Al Pacino nel film di Michael Mann “The Insider”): nei panni di Maximus risulta finto, eccessivo. Erano preferibili Javier Bardem per “Prima che sia notte” o Geoffrey Rush nel difficile ruolo del Marchese De Sade in “Quills”. Per quanto riguarda, invece, l’attrice protagonista, la statuetta consegnata a Julia Roberts (per la bellissima interpretazione in “Erin Brockovich”) è meritata. La Roberts è riuscita a scrollarsi di dosso l’etichetta di attrice di commedie alla melassa e, per la prima volta diretta da Steven Soderbergh (che ha vinto come miglior regista per l’altro suo film candidato, “Traffic”), ha dimostrato di saper reggere la scena con intelligenza. Nel confronto con le altre attrici candidate, però, la Roberts risulta qualche gradino più sotto. È toccante, infatti, Laura Linney (già vista in “The Truman Show” e “Potere assoluto”) nel film d’esordio di Kenneth Lonergan, “Conta su di me”; straordinaria Ellen Burstyn, candidata per il film “Requiem for a Dream”, dove interpreta una vedova coinvolta nella spirale della droga. La Burstyn, a quasi settant’anni, per tornare a recitare ha scelto un ruolo difficile e intenso. Un'altra attrice candidata (le cui doti recitative sono apprezzabili) è Joan Allen, qui alla sua terza nomination per l’inedito “The Contender”, dopo “Nixon” e “La seduzione del male”. E poi c’è Juliette Binoche, bellissima attrice d’essai, che con il suo ruolo in “Chocolat” ha convinto la critica americana, che già l’aveva premiata come non protagonista per un altro di quei film dimenticabili delle ultime edizioni degli Oscar, “Il paziente inglese”. Per quanto riguarda, invece, le uniche sorprese dell’edizione di quest’anno degli Academy Awards, da segnalare la vittoria come attrice non protagonista di Marcia Gay Harden per l’ancora inedito “Pollock”, film diretto e interpretato da Ed Harris (nominato nella categoria attori protagonisti). Marcia Gay Harden è nata a Tokyo nel 1959 e in Italia l’abbiamo vista recitare nei film “Vi presento Joe Black” e “Space Cowboys” di Clint Eastwood. Parlavamo di sorprese: l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, infatti, è andato a Cameron Crowe (anche regista del film) per l’imminente nelle sale italiane “Quasi famosi”, mentre il premio per la colonna sonora è stato vinto da Tan Dun per la splendida partitura de “La tigre e il dragone”. Il premio per la migliore canzone l’ha vinto il grande Bob Dylan con “Things Have Changed”, composta per il film di Curtis Hanson “Wonder Boys”. Bob ha regalato al pubblico una performance di grande musica su uno schermo gigante in diretta da Sydney, dove si trovava per alcuni concerti. L’ultimo gioiello dei fratelli Coen, “Fratello, dove sei?” si è dovuto accontentare di due nominations per la fotografia e per la sceneggiatura non originale. Tra i cinque film candidati un giudizio di preferenza personale va a “La tigre e il dragone” (che ha vinto come film straniero), nel quale il regista Ang Lee rilegge un romanzo popolare di Wang Wo-Ping pubblicato all’inizio del secolo scorso, traendone una perfetta miscela tra romanticismo e arti marziali di grande respiro epico. Una favola che diventa una metafora sulla perdita dell’innocenza e sul potere che può avere una spada nelle mani di un guerriero. In “Traffic” la regia di Steven Soderbergh si rifà, per il modo di usare la macchina da presa, al cinema americano degli anni ’70 (lo aveva già fatto con il precedente “L’inglese”). Soderbergh ha realizzato un film controcorrente rispetto all’attuale pensiero hollywoodiano, cambia le tonalità di colore a seconda delle tre vicende che compongono la trama e riesce a trattare il tema scottante della droga e dei suoi traffici illegali senza cadere nella retorica. Benicio Del Toro ha vinto come attore non protagonista, ma è da dimenticare l’altro film dove appare, “Snatch - Lo strappo”, diretto dal marito di Madonna, Guy Ritchie, in questi giorni nelle sale. Con “Chocolat” lo svedese Lasse Hallström descrive la grettezza di un piccolo paese francese e il vento di cambiamento da cui è investito quando la Binoche decide di aprire una cioccolateria: un film piacevole, con qualche momento d’ironia e quel pizzico di romanticismo che non guasta. Comunque, anche quest’anno la notte degli Oscar è passata, lasciando le solite perplessità. Un sintomo, questo, che il cinema soffre della mancanza di prodotti di qualità. Oppure il motivo può essere benissimo un altro: che la qualità, oggi, interessa a pochi, e quello che conta è il potere del marketing che fa il lavaggio del cervello agli spettatori. Ma quando nelle sale esce un film come “In the Mood for Love”, uno dei capolavori della stagione in corso (o, per citarne un altro, “Grazie per la cioccolata”), gli spettatori se ne accorgono. L’unica possibilità consiste nel cercare di pubblicizzare con maggiore cura i film che vale la pena vedere, per ampliare lo sguardo verso quel cinema d’autore. Perché molte volte il pubblico non conosce l’esistenza di determinati film. Un’impresa difficile, ma non irrealizzabile: anche se il martellamento pubblicitario studiato dagli americani per il lancio di un prodotto spesse volte fa venire la nausea. (Il Puma)
Il Puma