Dopo quattordici anni di silenzio (a causa di una paralisi cerebrale) ritorna il maestro Nagisa Oshima con un film intitolato “Tabù - Gohatto”, una sorta di “impero dei sensi” interiore ambientato nel 1865 in Giappone, verso la fine dell’era Edo. Una storia di samurai che Oshima racconta con un forte rigore cinematografico, con immagini splendide: un capolavoro assoluto. È un gradito ritorno, quello di Oshima, per tutti gli amanti del cinema d’autore. Ripercorriamo così alcune tappe della sua carriera, per cercare di approfondire il suo
complesso rapporto con un cinema fatto di immagini di forte erotismo, come “Ecco l’impero dei sensi” (1976), le cui sequenze di gusto raffinato traggono ispirazione dalle stampe dei pittori erotici del Settecento giapponese. Oshima è nato il 31 marzo del 1932 a Kyoto ed è discendente di un samurai. Il padre, poeta e pittore dilettante, morì quando il regista aveva solo sei anni. In eredità lasciò al figlio una biblioteca piena di testi marxisti e socialisti, che hanno accompagnato così la sua infanzia solitaria. Dopo essersi laureato nel 1954, Nagisa Oshima ha cominciato a lavorare nel mondo del cinema come aiuto-montatore per conto della casa di produzione Shochiku. Vi è rimasto per cinque anni, con risultati non molto entusiasmanti. Nel 1959 Oshima ha cominciato a dirigere i primi film; è di quell’anno “Ai to Kibo no Machi”, mentre l’anno dopo è stata la volta di “Racconto crudele della giovinezza”, storie di genere nero (in giapponese definite “yakuza”) molto in voga in quegli anni. Sempre del 1960 è “Il cimitero del sole”, dove Oshima affonda la lama nei bassifondi, raccontando storie di vagabondi, tossicomani e disoccupati. Con “Notte e nebbia sul Giappone” (1960) il regista ha girato il suo primo film esplicitamente politico, che riassume dieci anni (1950–1959) di lotte di sinistra giapponese contro il trattato di integrazione militare nippo-americana. Distribuito in Italia alla mostra di Pesaro del 1972, è uno dei primi capolavori di Nagisa Oshima. I film successivi sono dei veri e propri atti d’accusa contro la società giapponese. Mettono in evidenza la violenza, la distruzione e la rovina con uno stile straordinario: “Nihon Shunka–ko”, per esempio, del 1967, racconta di alcuni ragazzi in gita a Tokyo che strangolano una ragazza agiata, oggetto delle loro fantasie erotiche. Un pessimismo nero è al centro di “Muri Shinju: no Natsu” (1967), dove s’intersecano le vite di un uomo alla ricerca di qualcuno che lo uccida e di una donna che, invece, vuol trovare un amante. Il potere della distruzione porterà i due ad uccidersi a vicenda per non essere catturati dalla polizia, dopo una guerra tra gang rivali. “L’impiccagione” (1968) è stato il primo film di Oshima ad avere una distribuzione internazionale. Un film che ha fatto molto discutere, perché racconta la storia vera di un giovane coreano che, dopo aver violentato e ucciso due ragazze, finì impiccato alcuni anni dopo aver confessato l’omicidio. Un cinema rivoluzionario, quello di Oshima, con accuse precise, dirette alla società e alla difficoltà di vivere in Giappone. Come nel bellissimo “La cerimonia” (1971), che racconta la cronaca di una ricca famiglia di provincia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri attraverso la figura del giovane Masao Sakurada, che rievoca le varie vicende. Un film pervaso dalla presenza della morte, che rappresenta la “summa” del maestro giapponese. Dopo il celebre “Ecco l’impero dei sensi”, Oshima nel 1978 ha girato “L’impero della passione”, che non è il “sequel” del film precedente, ma un thriller dall’aspetto spettrale: a tre anni dalla morte, il fantasma di un uomo, ucciso dalla moglie con la complicità dell’amante, ritorna per turbare i sogni della donna. Nel 1983 è la volta di “Furyo”, film reso celebre dall’interpretazione di David Bowie e dalle musiche di Sakamoto (qui anche in veste d’attore). Del cast fa parte anche Takeshi “Beat” Kitano: un confronto tra due culture, ricco di invenzioni figurative, con uno stile raffinato e sobrio. Del 1986 è “Max amore mio” con Charlotte Rampling nella parte della moglie di un diplomatico britannico che passa le sue giornate con uno scimpanzé. Scritto da Jean-Claude Carrière, già collaboratore di Buñuel, il film è una commedia che mette insieme i temi della tolleranza e del conformismo. E adesso tocca a “Tabù - Gohatto”, dove lo stile di Oshima (nonostante la grave malattia) è di rara bellezza. Consigliamo caldamente di non perderlo: è una di quelle poche volte che fa veramente piacere vivere in pieno la “magia del cinema”. (Il Puma)
Il Puma