Passano gli anni, e il cinema che vive ai margini del successo di cassetta affonda la lama nel mondo di oggi, raccontando storie che preferiscono chiudersi in un tramonto di dolore e di solitudine, invece di cercare una via d’uscita verso una nuova luce di speranza. La speranza di una vita migliore in un mondo che non offre molte possibilità di crescita, un mondo sommerso da disperazione, rabbia e guerra, che in alcuni paesi non cessa di esistere. Nell’ultimo week-end palermitano alcune sale hanno programmato dei film d’autore, offrendo
agli spettatori più sensibili delle storie che parlano di insoddisfazioni d’amore, di convivenza con la droga e di stupro. Se alla fine si esce con un velo di tristezza dalle proiezioni, in fondo, si ha modo anche di effettuare una riflessione più profonda sul film che si è appena concluso. Con una carriera che dura da venticinque anni, Peter Del Monte torna al cinema con un’altra amara riflessione sui sentimenti, “Controvento”, titolo ideale se si vuole ripercorrere la strada scelta dal regista sin dal suo debutto, nel 1975, con “Irene, Irene”, storia di una crisi esistenziale. Succede anche in “Controvento”, dove il “mal di vivere” attraversa la vita di Nina (Valeria Golino), il contrario della sorella Clara (Margherita Buy), che non prova da molto tempo l’emozione di un amore. Ma in realtà c’è il personaggio maschile al centro del film: l’infermiere Leonardo (Ennio Fantastichini), indeciso sull’amore e su quale strada scegliere nella vita, che crea un certo smarrimento nel cuore di Clara, anche se tutto sommato rimane legato a Nina. Una conferma, quella di Del Monte, della scelta di rimanere fuori dal circuito commerciale: intimità e poesia si sposano con amarezza in “Controvento”. Nell’altro film italiano in circolazione, “Domenica”, che segna il ritorno alla regia di Wilma Labate, viene raccontato l’incontro tra due solitudini: un poliziotto in crisi e malato (Claudio Amendola) e la piccola Domenica (Domenica Giuliano, una bambina di Napoli scelta dopo trecento provini, di una bravura straordinaria), vittima di un atto di violenza. Una Napoli bella e inedita, ben fotografata da Alessandro Pesci, e l’amicizia tra due esistenze con un futuro in bilico. Dall’Australia ci arriva il bellissimo “La dea del ’67”, presentato in concorso all’ultima mostra di Venezia, dove si è anche aggiudicato un premio, ossia la Coppa Volpi per la migliore interpretazione a Rose Byrne. Il film diretto da Clara Law è un viaggio esistenziale nei paesaggi deserti dell’Australia, tra un collezionista giapponese, una ragazza cieca e la Citroën DS da lui acquistata (macchina diventata in seguito famosa e definita da Roland Barthes “la suprema creazione di un’epoca”). “La dea del ‘67” è un film complesso, spezzato da lunghi flashback, che fanno luce sulla difficile infanzia della non vedente. Il nostro viaggio nei territori del cinema d’autore si conclude con il capolavoro “La ville est tranquille”, del marsigliese Robert Guédiguian, che racconta il disordine, le difficoltà, le disperazioni della vita di periferia, senza speranza, con un pessimismo nero e duro, con attori di grandissima bravura (ritroviamo Ariane Ascaride e Gérard Meylan di “Marius e Jeannette”). Possiamo definire “La ville est tranquille” un melodramma polifonico, per la struttura corale dei personaggi che si incontrano e per il loro destino ancora più crudele. Le vie della distribuzione sono infinite: in questo week-end abbiamo visto del cinema di qualità, ed è un bene soprattutto per chi vuole allontanarsi dai blockbuster. Quattro film diversi fra loro dunque, ma con un solo obiettivo: quello di farci soffermare qualche minuto in più sul mondo che ci circonda, farci riflettere sulle storie che sono state raccontate e farci rendere conto che il cinema, oggi più che mai, affronta degli argomenti vicini alla realtà, una realtà difficile da accettare e da capire. (Il Puma)
Il Puma