La luce del proiettore, questo mese, si accende sul cinema del geniale regista svedese Ingmar Bergman. “CineClassics” e “CineCinemas” rendono omaggio al Maestro dei Maestri, con una scelta di film ben articolata e con due serate speciali assolutamente da non perdere. Un ciclo, questo, che nei mesi di febbraio e marzo rappresenta uno degli appuntamenti più importanti, una grande possibilità per apprezzare i suoi capolavori. E adesso puntiamo la nostra attenzione sulle due serate di cui sopra: la prima va in onda il 13 febbraio su
“CineCinemas 1” e comincia alle 21,30 con la programmazione di ben tre film del regista svedese. Il primo, in ordine, è “Dopo la prova” (1983), vero atto d’amore verso il teatro che rappresenta anche l’addio alle scene di Bergman. Il film mette insieme finzione e realtà, una “summa” della poetica bergmaniana raccontata in un atto unico con tre grandi attori, Erland Josephson, Ingrid Thulin e l’esordiente Lena Olin. “Dopo la prova” è stato realizzato per la TV svedese, anche se il film ha avuto una regolare distribuzione sul grande schermo. Ma “Dopo la prova”, non è solo un omaggio al teatro; in fondo Bergman continua ad amare il cinema e nel 1997 tornerà dietro la macchina da presa per girare “Vanità e affanni” (il titolo trae ispirazione dall’opera verdiana “Macbeth”), coprodotto dalla Rai, aggiungendo così un altro tassello al suo eccezionale corpus cinematografico, anche se interamente girato in elettronica. Il secondo film della serata è “Un mondo di marionette” (1980), una delle opere più disperate di Bergman. La storia mette in scena il personaggio di Peter, che strangola una prostituta ma in fondo voleva uccidere sua moglie. Il film ha un prologo ed un epilogo a colori, è diviso in undici capitoli introdotti da cartelli alla Brecht. La serata si chiude con “Sinfonia d’autunno” (1978): Ingrid Bergman e Liv Ullmann, un drammatico confronto sorretto da due superbe attrici. Il conflitto tra due modi diversi di essere donna esplode nell’incontro tra madre e figlia. L’una celebre pianista che ha scelto la carriera e la celebrità trascurando la famiglia. L’altra, introversa, è afflitta dal forte complesso di Elettra: sposata senza passione, ha scoperto nel dolore la forza della pietà. Una sinfonia dolente, senza speranza, che Bergman racconta con un tocco straziante, coinvolgendo lo spettatore nel suo mondo, un mondo fatto di marionette guidate da un destino inverso, di problemi esistenziali, di ricerca dell’interiorità attraverso il dramma. La seconda serata imperdibile è su “CineClassics”, domenica 18: si comincia con un documentario sul regista svedese ed a seguire andrà in onda “Il posto delle fragole” (1957), uno dei risultati più alti della poetica bergmaniana. Il film vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1958, e l’attore e regista Victor Sjöström (1879- 1960) morì tre anni dopo le riprese. Sjöstrom interpreta un anziano professore che compie un viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio evocativo attraverso i luoghi in cui ha trascorso la giovinezza: durante il percorso che lo porterà all’università di Lund per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua attività professionale, ricorderà la festa di compleanno passata in famiglia e il grande amore che aveva lasciato un vuoto nella sua anima. In mezzo c’è un altro documentario intitolato “Bergman e le donne”; la serata, quindi, si conclude con “Sorrisi di una notte d’estate” (1955), una elegante commedia dal retrogusto amaro diretta in stato di grazia da un Bergman che si sentiva poco propenso per questo genere e che invece dimostra una classe invidiabile. Il film, che fu premiato a Cannes nel 1956, è incentrato su un maturo avvocato, su un’attrice che una volta fu sua amante e sull’invito che lei fa a lui a passare con la giovane moglie un week-end in una villa di campagna, che diventerà il teatro di una serie di situazioni e di amori incrociati. Altri due capolavori del grande maestro svedese verranno programmati durante il mese di febbraio su CineClassics, “Il settimo sigillo” (1957) e “La fontana della vergine” (1960). Il primo racconta la storia di un cavaliere che parte alla ricerca di qualcosa da salvare in un paese sconvolto dalla peste e incontra la Morte, che lo sfida in una partita a scacchi. Così dichiarò Bergman sul film: “È una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me fin dall’infanzia”. “La fontana della vergine”, Oscar 1960 per il miglior film straniero, racconta invece la storia di uno stupro con delitto nel Medioevo. La vittima è l’adolescente Karin e gli assassini sono tre pastori. È il primo film di Bergman in cui l’intervento di Dio diventa concreto nell’azione, cioè la vendetta del padre di Karin sui tre pastori che cercano rifugio nella sua fattoria. Abbiamo accennato all’ultimo film di Bergman, “Vanità e affanni”; ne raccontiamo la trama per chi non lo avesse visto. È ambientato nella città natale del regista, Uppsala, dentro un ospedale psichiatrico dove viene ricoverato il vecchio Carl (uno dei protagonisti di “Fanny e Alexander”, interpretato dallo stesso attore Borje Ahlstedt), colpevole di aver picchiato la sua fidanzata Pauline (Marie Richardson). Il loro è un ménage perverso, anch’esso riflesso dalle esperienze personali del regista. Dentro l’ospedale l’uomo fa la conoscenza di un altro paziente, il professor Vogler (Erland Josephson). I due protagonisti si confidano le loro ossessioni: Carl è un fanatico di Schubert mentre il professore è affascinato dalla figura letteraria della contessina Mizzi. Ed è parlando che viene in mente ad entrambi di girare un film intitolato "La gioia della figlia della notte”. Nella seconda parte i due protagonisti, usciti dall’ospedale, si trovano in un paese del nord, in occasione della proiezione del film-evento che verrà interrotto da un incendio. La storia sarà così ripresa da tre maghi in forma di spettacolo teatrale; ed è proprio in questo passaggio che Bergman ci ha regalato alcuni momenti di grande cinema. Echi teatrali e di avvenimenti come riflessi in un gioco di specchi, facce di bambini che sembrano uscite da “Il flauto magico” e la grande trovata della proiezione che diventa rappresentazione teatrale, laddove i confini tra realtà e finzione si rivelano labili. Una passione per la rappresentazione che trova spunto nell’infanzia del regista, segnato dal dono della “Lanterna magica”, un proiettore giocattolo che fece crescere ancora di più la forza delle sue immagini, quelle immagini che hanno segnato per sempre la storia del cinema. Concludiamo parafrasando il titolo di un film di Ermanno Olmi: Lunga vita al Signore del Cinema!.
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